Un pugno di bit: tastiera e cassette

Se la prima esperienza con l’Atari 2600 fu straordinaria e mi diede modo di immedesimarmi nel personaggio di un videogioco, quella che l’avrebbe seguita pochissimi anni dopo non sarebbe di certo stata da meno.

D’estate, mentre gli altri bambini erano al mare o in piscina, io preferivo rimanere in casa, al fresco, a leggere: anche in quei rari casi in cui riuscivano a trascinarmi con inaudita violenza su una spiaggia trascorrevo quelle ore sotto l’ombrellone con un buon libro, un fumetto o il GameBoy prestatomi da Dario, un mio carissimo amico d’infanzia, a giocare ai primi Final Fantasy.

Il Natale successivo poi giunse una novità in casa: con la sua bella tastiera grigia e i pulsanti neri e quello strano mangianastri io e il Commodore 64 ci conoscemmo. E fu un gran bel colpo di fulmine!

L’estate successiva, neanche a dirlo, ero là nella cucina della casa al mare dei miei nonni e sullo schermo a fosfori verdi imparavo a scrivere le prime righe di Basic: c’era entusiasmo e uno spirito quasi pionieristico nelle innumerevoli prove fra goto, if, then, lancio del programmino e salvataggio su una cassetta che un tempo aveva ospitato le musiche jazz amate da mio padre.
E quando in casa c’era bisogno di riprendere il possesso del TV i miei nonni, pur di tenermi lontano da quel trabiccolo mi riempivano di monetine e mi lasciavano andare alla sala giochi poco distante: ore ed ore davanti Crystal Castles, Ghosts’n’Goblins (fiero campione pluriennale del villaggio, finito spesso con un solo gettone!), Firefox, Tron e così via.

Poi un giorno una rivelazione, una novità che cambiò molte cose: mentre facevo il tragitto in bici da casa alla sala giochi vidi alcuni miei amici fermi dinanzi ad un negozietto molto trascurato, senza insegna, anonimo: al suo interno un ragazzo più grande usava con maestria uno strumento portentoso, in grado di copiare molte cassette contemporaneamente, e vendeva a due, tremila lire nuovi giochi per il Commodore 64: ve li ricordate i fogli delle stampanti ad aghi, che scrivevano su righe intervallate di colore bianco e grigio ed avevano i fori per i raccoglitori? Questo misterioso ragazzo aveva una pila di fogli e fogli con l’elenco di tutti i giochi (ed erano tantissimi!) disponibili per pochi spiccioli: praticamente il paradiso.
Ma invece di soffermarmi su quei titoli che garantivano una grafica più bella, grandi musiche MIDI, un’infinità di joystick rotti, la mia attenzione fu attirata da uno strano, banalissimo nome: Avventura.
Posso giurarvelo, dopo tanti anni non ho mai più ritrovato quel gioco e probabilmente era frutto della mente di un programmatore annoiato piuttosto che di un’affermata software house: sta di fatto che quel gioco, nella sua semplicità, riuscì a tenermi incollato allo schermo per ore.

Niente pixel impazziti che giravano sullo schermo, il joystick poteva finalmente andare a riposo, l’unica animazione era quella del cursore lampeggiante, tutto testo, colorato a volte ma solo e semplicemente testo. Una prima parte dedicata a dare un nome casuale al tuo personaggio, e Jasper mi piaceva molto.

Lo svolgimento del gioco era molto semplice: una schermata ti mostrava i posti dove potevi andare nella grande città, la cui facciata era disegnata con un mucchio ben ordinato di caratteri ASCII, potevi recarti dal fabbro a comprare armi, dall’alchimista per le pozioni di guarigione e chiedere missioni in taverna o in caserma, a volte molto semplici (liberare il cimitero dagli zombi) e in altri casi difficilissime, spesso mortali (rimuovere la maledizione della licantropia ad un povero malcapitato). Il resto era gestito dalla casualità, la tua probabilità di colpire si basava sulle armi che avevi e sul tuo livello (ricorda qualcosa, no?).
A missione riuscita incassavi la ricompensa in città, acquistavi altri potenziamenti e così via, praticamente all’infinito o finché il tuo personaggio non moriva!

Nella mia ingenuità preadolescenziale ho amato quel gioco e lo cerco ancora come una reliquia smarrita nelle vaste pianure dell’informatica.

Da quel momento in poi fu un’escalation: tornai dal misterioso ragazzo e gli chiesi altri giochi simili e mi passò una cassetta con sopra scritto un nome che poi sarebbe entrato nella storia videoludica: Zork.

Le avventure testuali rappresentano per me un passo fondamentale verso la scoperta del gioco di ruolo: sono la rappresentazione dell’immedesimarsi nel protagonista di una storia dandogli indicazioni ben precise su come muoversi, agire, su cosa fare. C’è una transizione dall’azione dei classici videogames all’integrazione dell’elemento investigativo, della riflessione prima dell’azione e dalla valutazione di quest’ultima, intrapresa dopo aver esaminato con cura la descrizione di una stanza o un luogo. A pensarci sembra di ricordare la classica esperienza di esplorazione di un dungeon tipica dei giochi di ruolo fantasy!

Lo sapevate tra l’altro che fra gli autori delle avventure testuali del panorama italiano sono annoverati nomi quali Andrea Angiolino e Bonaventura Di Bello?

Comunque sia l’emozionante sfida delle avventure testuali durò ancora un bel po’, mancava ormai veramente poco alla scoperta di quella fantomatica scatola rossa con titolo Dungeons & Dragons.
E la scatola rossa avrebbe ben presto trovato degni compagni del mondo dell’informatica.

continua…

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