Un pugno di bit: gettoni e monete d’oro

Era ormai qualche annetto che i miei gruppi di gioco erano formati e (iper)attivi, il tempo a disposizione per i cari e amati videogiochi ispirati ad AD&D veniva sottratto per dedicarlo alle nostre serate ludiche.

E gli anni del liceo? Beh, diciamocela tutta, non mi è mai piaciuto studiare: probabilmente vale per molti di voi, certo, ma a me proprio non andava giù.
Ad essere onesto non andavo così tanto male e dimostravo una certa preferenza e attitudine verso materie umanistiche, il problema è che proprio non volevo andare a scuola: fu addirittura istituita una colletta fra i miei compagni e quelli delle altre classi per fornire la struttura di una targa alla mia memoria, visto che avevo accumulato così tante assenze da esser ritenuto morto.

La strategia era semplice: il giorno prima sincronizzavamo gli orologi, stabilivamo luogo e ora, caricavamo gli zaini con manuali, schede e dadi e il giorno successivo avveniva l’incontro: al parco, nella casa vuota di un amico, persino per strada seduti su un muretto. E si giocava.

C’erano quelle giornate, parecchie a dire il vero, in cui non tutti facevano stranamente sega a scuola o non c’erano luoghi tranquilli (e sicuri, lontani dal passaggio di genitori, parenti, vicini di casa o amici di famiglia) dove poter coltivare la nostra passione. E allora si ricorreva alla sala giochi.

Dovete sapere che la nostra sala preferita era gestita da un individuo arcigno, dallo sguardo vigile e dalla dieta a base di Liquore Strega, il cui aspetto faceva presupporre che l’alcoolico in questione preservasse dalla morte malgrado il deterioramento dei tessuti e che potesse essere un prezioso ingrediente per il filtro di creazione dei lich. Però ci eravamo affezionati a lui, e lui a suo modo a noi (dopotutto con i soldi spesi là dentro avevamo garantito l’università ai suoi due figli, due gemelli con lo stesso identico sguardo malvagio).

Erano gli anni in cui il fantasy cominciava ad interessare particolarmente gli sviluppatori di videogames del Sol Levante e molto spesso ci ritrovavamo a giocare a classici come Golden Axe, King of Dragons, Knights of the Round e soprattutto il vecchio ma adorabile Cadash!

Quest’ultimo era sicuramente quello che maggiormente presentava meccaniche tipiche di un gdr dell’epoca: scelta di una classe fra guerriero, mago, sacerdotessa e ninja, interazione con i png, possibilità di scegliere il percorso da seguire per portare a compimento la propria missione, avanzamento di livello, acquisto di oggetti e così via. Davvero un gran bel gioco.
Cadash era però un titolo già datato e il mondo degli arcade si popolava di prodotti dall’estetica nettamente superiore, con una diversa fluidità e giocabilità: King of Dragons ad esempio manteneva la classica selezione del personaggio e la crescita a livelli (sempre più grosso e/o meglio vestito!) e disponeva di una grafica accattivante.

Tuttavia mancava ancora qualcosa che fondesse estetica, giocabilità e possibilità di scelta e interazione: l’esperienza di gioco, per quanto gradevole, dava l’impressione di essere limitata.

Poi giunse il 1993 e nulla fu più come prima.

Fummo stravolti, in uno dei nostri classici incontri clandestini in sala giochi, nel vedere in fondo al lungo salone un grosso cabinato con ben quattro postazioni simultanee di gioco: in alto campeggiava il titolo del nuovo gioco illuminato dal neon acceso dietro la vetrata colorata: Dungeons & Dragons Tower of Doom.

Eravamo letteralmente senza parole, ipnotizzati da quella scritta e dalle animazioni che danzavano sinuose davanti i nostri occhi su quel grande schermo. E all’inserimento del primo gettone il benvenuto ci fece rizzare letteralmente i capelli in testa: “Welcome to the D&D World!”

Finalmente il primo arcade di D&D degno di essere giocato: quattro personaggi da Dungeons & Dragons classico (guerriero, chierico, elfa, nano) che potevano lanciare incantesimi, bere pozioni, raccogliere tesori, scacciare non-morti, fare manovre speciali in combattimento…tutto quello che si poteva sperare da un arcade, considerato che si atteneva molto fedelmente all’universo di D&D (tutti i mostri presenti erano quelli classici da manuale). Anche qui c’era lo zampino della tanto amata SSI ma stavolta la collaborazione con quel colosso di nome Capcom (Street Fighter vi dice qualcosa?) aveva sfornato un vero capolavoro!

Inutile dire che Tower of Doom monopolizzò la nostra attenzione per luuuunngo tempo e portò alcuni di noi a valutare quanto avrebbero guadagnato impiegando la propria sorella in un nuovo business di intrattenimento maschile o nel peggiore dei casi nella vendita a tranci sul mercato nero: tutto pur di poter continuare ad inserire gettoni in quella meravigliosa macchina. Come potevamo vivere senza?

Per fortuna (o sfortuna, da alcuni punti di vista) quando la nostra passione per questa rovina-famiglie informatica stava scemando la Capcom decise di sfornare un secondo capitolo, Shadow over Mystara, di maggiore complessità (con il conseguente enorme dispendio di gettoni e nuova valutazione economica, stavolta della propria madre) ma con due nuovi personaggi, il mago e la ladra, e con la possibilità di scegliere uniforme ed armatura a piacimento per ciascun personaggio (giusto per stuzzicare ulteriormente quei video-tossici con un certo senso estetico).

Non vado oltre, lascio a voi trarre le conclusioni e sentire profonda tristezza per non aver provato questo capolavoro, anche se potete sempre rimediare con un emulatore…anche se non sarà mai la stessa esperienza, purtroppo per voi giovinastri!

Have fun!

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