Il premio Oscar

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L’interpretazione è il perno su cui ruota il divertimento nel gioco di ruolo: che poi l’esperienza sia resa più piacevole anche dall’elemento aleatorio e dall’eccitazione di lanciare i dadi oppure dalla fase di crescita in potere del personaggio…quello è un altro discorso.
E’ vero che alcuni giocatori tendono a distaccarsi dallo spirito iniziale per concentrare la loro esperienza su altro, come i tecnici per le regole (ne abbiamo già parlato, ricordate?).

Esiste poi l’altro estremo dell’universo del gdr, dove strane creature prendono vita e coscienza di sè stesse e danno inizio ad una rapida evoluzione sottoponendosi ad un duro ed estenuante addestramento: per loro i dadi sono solo quelli con cui si fa il brodo e la scheda rappresenta le mortali spoglie che vanno abbandonate per ascendere al Nirvana ludico.


A dire il vero di ludico hanno ben poco perchè la loro partecipazione ad una sessione o una campagna è affrontata come fosse una performance professionale a tutti gli effetti.

Da piccoli erano quelli che avrebbero avvelenato la madre pur di partecipare alla recita scolastica e versato Guttalax nella Coca-Cola del loro concorrente al ruolo di protagonista.

Robert de Niro davanti allo specchio in Taxi Driver. L’avete presente, spero.
Eccolo, è lui: si prepara a casa, tentativo su tentativo, ad impersonare il suo alter ego nel migliore dei modi fino allo stremo. E questo ancor prima di iniziare a giocare, naturalmente.

Al tavolo presta poca attenzione a schede, abilità, punteggi: ad essere onesti non gliene frega assolutamente niente.
Inizia a tartassare gli altri gongolandosi, parlando di come ha preparato il profilo psicologico del personaggio, di come sarà entusiasmante e commovente giocarlo. Poi trascrive di getto il minimo indispensabile delle caratteristiche necessarie a compilare una parvenza di scheda ed inizia a fremere, a scalpitare come un velocista che attende con ansia lo sparo di partenza.

NON chiedetegli mai il background del personaggio, per due motivi semplici semplici: se lo ha scritto è il prologo di un romanzo, infarcito di dettagli, notizie, sensazioni, emozioni, il master sta aprendo la finestra, traumi, dolori, sofferenze, gioie, amori, il master sta scavalcando il davanzale, amicizie, vita, morte, miracoli, il master è sparito nel vuoto.
Se invece ve lo racconta potete mettervi comodi, andare a prendere due pizze, vedere la Corazzata Potemkin: ad ascoltarlo avrete la sensazione di assistere all’extended version dell’extended version dell’introduzione del film de Il Signore degli Anelli, roba del tipo “nel cielo il grande occhio di fuoco brillava vegliando su di me, scaldando l’erba ricoperta con amore dalla rugiada notturna che, come lacrime di un antico dio dei boschi, scivolavano mentre nel cespuglio vibravo fortemente ed appassionatamente per riuscire a fare la cacca, quel dì fatale in cui decisi di conquistare il mondo“.

Ed è solo l’inizio.
Non appena è il suo turno di giocare si alza di scatto in piedi, gonfia i polmoni d’aria assumendo la postura scientificamente nota come “petto di palomba”, chiude gli occhi…e si trasforma. Non come se fosse un licantropo, anche se probabilmente a causa della sua immedesimazione è successo almeno una volta, ma nessuno è sopravvissuto per raccontarlo.
Diventa il più grande esponente del metodo Stanislavskij… anzi, diventa proprio Stanislavskij.
In questa manciata di secondi si tramuta nel suo personaggio, assume la stessa postura, lo sguardo, diventa più alto o più basso, più magro o più grasso, magari riesce anche a cambiare sesso e colore dei capelli.
Se non siete riusciti a paralizzarlo in questo breve intervallo di tempo siete belli che fottuti. E il problema è che non potete neanche uccidergli il personaggio senza scatenare un’epica morte del cigno delimortaccisua.

C’è da dire che però la sua interpretazione è a dir poco spettacolare, anche se rischia di divenire rapidamente invadente e togliere spazio e divertimento agli altri.
I veri problemi iniziano quando ritiene la sua recitazione così importante ed eccezionale da dover piegare il corso del gioco di tutti e della sessione secondo le sue volontà: ha raggiunto un livello tale di immedesimazione da recitare, a bassa voce e sghignazzando, anche il ruolo dei personaggi non giocanti mentre il narratore cerca invano di presentarli. Dopo di questo c’è solo il Diazepam.

C’è solo un modo per neutralizzarlo senza coinvolgere le leggi sui crimini violenti: ditegli che non vi piace il suo modo di recitare, che è di qualità scadente, che non è bravo in quello che fa. Non lo vedrete mai più.
Almeno finchè non lo trovate, di notte, fuori dal portone di casa vostra armato di un coperchio di tombino.

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